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21 Novembre 2022NEWSDa sempre, la musica ha avuto un rapporto ambivalente con la lingua o, più in generale, con il linguaggio umano. Costruire un sistema di comunicazione completo è l’obiettivo dell’apprendimento della lingua straniera in età precoce. Ritmo e prosodia ne costituiscono i due elementi fondamentali, poiché con i relativi effetti sia sul movimento, sia sulle emozioni, essi hanno il potere di ‘scuotere’ ogni essere umano, in tutti i sensi della parola, e offrire, di conseguenza, potenzialità non sempre pienamente esplorate o tradotte in atto.La didattica delle lingue ha finora approfondito solo alcuni aspetti operativi in riferimento all’uso di musica e canzoni con i discenti, senza mai evidenziare il ruolo della musica come catalizzatore a livello cognitivo. Questo lavoro mira a dare maggiore consistenza scientifica e consapevolezza al ruolo che tutti riconosciamo alla comunicazione musicale sia nella vita umana, sia nella didattica, in particolare quella linguistica. Esso ripercorre criticamente il conosciuto e lo sperimentato e si inoltra in una riflessione sulla scia dei risultati delle tecniche e delle teorie neuro-cognitive. Tenta, altresì, di dare una risposta alle domande sull’utilità o meno delle canzoni nell’insegnamento della lingua straniera con particolare riguardo alla lingua inglese e se musica e canzoni devono considerarsi strumenti di apprendimento validi oppure semplici momenti di svago da offrire agli studenti per ‘liberare’ la mente. La presentazione del libro “Musica e Lingua – Principi cognitivi e applicazioni didattiche”, di Alessandro Agnetta si terrà giovedì 24 novembre presso la libreria Macaione a Palermo, in via Marchese di Villabianca n. 102, a partire dalle ore 17.30. Con la partecipazione di Concetta Giliberto, Marco Faldedda, Ninni Giuffrida, Nicola Macaione, l’autore Alessandro Agnetta. Modera Andrea Le Moli. [...]
4 Luglio 2022INTERVISTE“Ascuola con il signorC”: Luciana Palmeri e Francesca Bellina, le due autrici nonché insegnanti di una scuola media palermitana, conducono il lettore attraverso il loro racconto nel loro mondo. Mondo che non è soltanto un mero luogo di lavoro, ma uno spaccato del tentativo ben riuscito di raccontare con leggerezza e sapiente analisi un lasso di tempo che abbraccia questi due ultimi anni contraddistinti dal covid. La scuola, nel loro racconto, diventa improvvisamente una protagonista d’eccezione, costituendosi quale simbolo della inquietudine e sofferenza di una intera società. Gli aneddoti e le riflessioni che si susseguono rendono il libro molto gradevole. Non solo perché ciascuno ci si può facilmente identificare, ma perchè lascia parlare direttamente i piccoli protagonisti e i loro insegnanti, che hanno dovuto cimentarsi in questa nuova ed imprevista avventura dagli esiti incerti. Hanno dovuto inventarsi giorno per giorno nuovi modi per raggiungere i propri discenti e accompagnarli in questo grande caos provocato dal virus, che ha preteso sempre piu energie e soluzioni fantasiose a problematiche inaspettate ed imprevedibili. Il libro è coinvolgente, il lettore infatti sembra essere preso per mano e condotto nelle aule, quasi come se fosse uno dei tanti alunni testimoni del racconto.Indubbiamente esso costituisce un brillante esperimento sia per i sentimenti profondi e genuini che riesce a trasmettere sia per la solidarietà che emerge via via che incalzano le situazioni. I protagonisti infine nonostante le grandi difficoltà che devono affrontare sviluppano una maggiore consapevolezza di sé e sono pervasi da un senso di appartenenza che non vuole dissolversi ma al contrario essere presente e vivo più che mai. Link per acquistare il libro: A scuola con il SignorC Dettagli: Formato: cartaceo, PDFPagine:160Prezzo: 15,00 €/ 7,50 € [...]
15 Giugno 2022LETTURELa nuova fatica letteraria di Gandolfo Librizzi Con Gandolfo Librizzi stiamo esaminando il progetto grafico della nuova sua fatica letteraria: Borgese, Lettere ai familiari 1888-1940 e G. Librizzi, Il viaggio di un cosmopolita. Il percorso umano e culturale di Borgese attraverso le lettere dei familiari.Librizzi sottolinea che questo lavoro è figlio di una lunga gestazione: “Dall’idea originaria, da quando nel 2003 per la prima volta venni a contatto con il carteggio giovanile di Giuseppe Antonio Borgese (solo una piccola parte recuperata della mole enorme di un carteggio disperso in mille rivoli), fino all’avvio della primissima stesura nel settembre del 2008. Da allora, in maniera assidua, anche se a più riprese, lo medito e ci lavoro”, ci racconta. “Da subito mi balenò in mente l’idea della speciale opportunità di leggere attraverso il carteggio privato di Borgese riemerso da un lontano passato, come da una finestra aperta o appena spalancata, i fatti e gli eventi della vita culturale e politica della nazione. Vedevo scorrere i personaggi tra i più influenti del panorama nazionale, tra tutti Croce e D’Annunzio, con i quali lo scrittore di Polizzi Generosa s’intrattenne dapprima in una amicale e intima relazione culturale, poi in un continuo dialogo polemico che segnò le loro vite e, con esse, le vicende culturali dell’Italia. Scorrevano anche le immagini di momenti fondamentali della Storia nazionale: dal primo decennio del Novecento, il decennio giolittiano, alla Prima guerra mondiale; dal post-conflitto al ventennio fascista; dall’esilio americano alla Seconda guerra mondiale fino a giungere alla nascita della Repubblica. Sullo sfondo emergevano pure i fatti e gli straordinari quanto inediti e drammatici scenari dell’era atomica con le esplosioni di Hiroshima e Nagasaki cui opporre, in utopia, l’idea mondialista. Le lettere consegnano la traiettoria umana e culturale dell’uomo.Insieme alla galleria dei personaggi storici, indirettamente evocati, emergono dalla lettura di tale carteggio la forza e il ruolo intellettuale, a tutto tondo, di Borgese”, scrive Librizzi. “Ho letto così e interpretato, sotto questa visuale, fin da subito i documenti che ho avuto fra le mani (il solo, credo, dopo Sciascia che però ne ha letto una parte limitata consegnatagli dalla persona che le ha comprate negli anni ’70 del secolo scorso). Il compito che mi s’imponeva era di duplice natura: da una parte consegnare le lettere al pubblico per una loro unitaria e completa lettura integrale; dall’altra, attraverso esse, ricostruire, mettere insieme, articolare e svolgere un discorso quanto più coerente possibile con la vicenda biografica e bibliografica del loro Autore.Ne è venuto fuori un quadro unitario con cui dare conto della figura e dell’opera di Borgese.”, conclude Gandolfo Librizzi. Sostenere il progetto editoriale Per sostenerne il progetto editoriale è prevista una tabula gratulatoria con l’inserimento dei nomi dei sottoscrittori che ne sosterranno l’iniziativa.  PARTECIPA ALLA REALIZZAZIONEDI UNO STRAORDINARIO PROGETTO EDITORIALE. SOTTOSCRIVI L’ACQUISTO SUL CATALOGO ONLINE DI UNIPAPRESSE SARAI INSERITO NELLA TABULA GRATULATORIA Ecco i link: Il viaggio Diuncos Mopolita Letterai Familiari 1888-1940 Chi è Gandolfo Librizzi? Gandolfo Librizzi (1964) è laureato in filosofia. Tra i promotori della costituzione della Fondazione “G.A. Borgese” (1999) e tra i soci fondatori (2002), dal 2006 ne è Direttore. Da sempre si occupa della divulgazione della figura e dell’opera di Giuseppe Antonio Borgese e della valorizzazione e promozione della Fondazione. Di recente la collaborazione con La Nave di Teseo per la pubblicazione della prima edizione italiana di G.A. Borgese – Fondamenti della Repubblica Mondiale (2022), prefazione di Sabino Cassese, di cui ha scritto la postfazione Un messaggio nella bottiglia del tempo e di G.A. Borgese – Golia, marcia del fascismo che uscirà a ottobre. È stato Presidente del Conservatorio Musica di Stato “A. Scarlatti” di Palermo (2016-2019) di cui ha scrittoL’anima del luogo. Il nuovo Conservatorio antico di quattrocento anni (2016-2019). Dal 6 ottobre 2020 è anche Sindaco del Comune di Polizzi Generosa. [...]
4 Marzo 2022LETTUREIl quarto centenario de “li Apparati & feste fatti in Palermo per la canonizzazione de’ Santi Ignazio & Francesco Xavier l’anno 1622” Il 12 marzo di quattro secoli or sono fu il giorno della canonizzazione dei Santi Ignazio e Francesco Saverio, e l’evento fu celebrato con la massima intensità in tutte le residenze della Compagnia. Nella ricorrenza del quarto centenario, la lettura dei tre testi dedicati agli eventi a Palermo scritti da Tommaso D’Afflitto e Giovanni Domenico D’Onofrio, ci consente, oltre che di “immedesimarci” nelle celebrazioni, anche di conoscere lo stato delle fabbriche a quella data. Nel testo Ragguaglio de li Apparati D’Afflitto scrive che “Le feste che … si son fatte a Palermo sono state tali che indegna cosa ci pare non commetterle alle carte … per dar qualche ordine al dire par dovere che dalla Casa Professa si dia principio, come prima delle altre due Case, che ha in questa Città la Compagnia, che sono il Collegio e il Noviziato”. Dopo la descrizione del “Modello della Chiesa della Casa Professa” (utile per conoscere lo stato della fabbrica a quella data), D’Afflitto descrive “l’Apparato di detta Chiesa fatto col Disegno di Vincenzo La Barbera Terminese, Architetto e Pittore segnalato … la vivacità delle Figure, la varietà, e grazia dei Cartocci, la vaghezza dei Grotteschi & Arabeschi, la gentilezza dei Rilievi… Nella Cupola dunque non finita vi si pose una Soffitta di tela con pittura a sguazzo: dove talmente si vedean le Prospettive ben prodotte al punto … che l’occhio realmente credea che s’alzasse vieppiù la Soffitta”. Nel centro della navata “calar si vedeva il Padre Eterno di venticinque palmi, scorcio, attorniato d’Angioletti pure scorci”, le “otto finestre che nel loro squarciato parean di broccatello”. E ancora festoni, mascheroni, cartoccioni attaccati alle vele, finte balaustre da cui sporgevano ritratti di Gesuiti, scudi in cui erano dipinte le “attioni del Santo”. Nei pilastri del lato destro si posero le storie di Ignazio, nel “manco” quelle di Francesco. La chiesa era illuminata da “molti Cerei da una libra e mezzo l’uno che a tempo suo accesi con le torce faceano bellissima vista” dal cornicione. E ancora palii, calici, candelieri, vasi d’argento, lampieri e lampierini. All’esterno “dinanzi al portone si vedeva maestoso un Portico in forma di Arco Trionfale… con tre passaggi”. Per la città non mancarono le luminarie: nel Palagio del Cardinale, nel Duomo, nella Corte del Pretore. La domenica, dopo che “in Casa Professa si cantò dal Cardinale Arcivescovo Solenne Messa” si avviò la processione: aperta dalle “quattro Congregazioni del Collegio, de’ Rettorici, de’ Grammatici, degli Humanisti e quella della Missione”. Davanti al Collegio “L’arco trionfale eretto davanti il Collegio… fu fabbricato dalla pietà de’ Giovinetti delle congregationi… della Concettione e della Assuntione della Vergine. Soffermiamoci sulla Congregazione “della Concettione”. Riteniamo che se ne possa identificare l’ambiente con la sala a piano terra, a destra entrando dal portone del Collegio sul Cassaro, dove è stato ritrovato l’affresco che, ben probabilmente, è proprio simbolo della dedicazione, tant’è che Vincenzo Scuderi lo ha titolato proprio L’Immacolata nel decreto di Dio. L’opera è quasi miracolosamente apparsa nel 1988, quando i locali già destinati a uffici furono ristrutturati per la realizzazione dell’odierno Laboratorio di restauro della Biblioteca centrale della Regione Siciliana: dismessi i controsoffitti, l’opera tornò a vedere la luce, sopravvissuta al crollo della soprastante sala di lettura con i bombardamenti del 1943. La figura dell’Immacolata è in forma statuaria, su di un piedistallo su cui poggia un dito l’Angelo annunziante. A destra la figura veneranda dell’Eterno viene resa come quella del “Motore stesso della Incarnazione del verbo”, nell’atto stesso di stendere quell’Unico Decreto – il grande foglio bianco steso sulle ginocchia – alle origini del mondo (Colui che volse il sesto allo stremo del mondo, e dentro ad esso distinse tanto occulto e manifesto, Dante, Paradiso, 19, 40-42). Quanto all’autore Vincenzo Scuderi ritiene di poter attribuire l’opera al giovane Pietro Novelli “su basi esclusivamente stilistiche, ma di palmare evidenza; per la calda e dorata intonazione cromatica e per la nobilissima iconografia dell’Eterno che, assieme al tono pittorico, gli resteranno tipici.” Attraversato l’arco, la processione entra nel Collegio. “La facciata fra i più magnifici edifici della Città era d’alto in basso vestita di panni di Razza… coronala un Cornicione di pittura, nel cui Fregio si leggeva ben grande un’Iscrittione … nell’entrata maggiore, che ornata tutta andava a guisa d’arco trionfale co’ suoi cornici, pilastri e capitelli di rilievo… nel cortile (il quale è quadro cinto di colonne)… moltitudine di pitture… pareti sotto gli archi… tra un pilastro e l’altro… trentacinque Quadri, alti ognuno ventidue palmi, larghi quattordici … i quattro lati del cortile dedicati alle quattro Scienze e facoltà del Collegio . quadri tra vaghe prospettive vedeano gli edifici… che la Compagnia tiene in questa provincia…. Il cantiere ancora in corso è confermato dal dire che “Sta sopra il cortile nella parte di Tramontana una Loggetta quest’anno fornita, di sete e ricami faceva bella prospettiva”. Loggetta quest’anno fornita. Ben probabilmente la definizione degli ambienti del primo ordine non era completa se non per il fronte sul Cassaro, e quindi la loggetta potrebbe essere la prima parte del loggiato che, probabilmente dalla seconda metà del XVII secolo, percorre su tre lati i fronti interni dell’edificio. “Per compimento dell’apparato fabricossi nel mezzo del cortile una Fontana marmorea, da cui sopra una bianca nuvoletta s’alzavano i Santi Ignazio, e Xavier sostenevano entrambi un Giesù con una corona in cima appoggiata solo alle punte de’ raggi del Santissimo nome. Stava nel mezzo… il Sole, a cui per l’artificio della spinta che all’uscita faceva l’acqua raggirandosi in cerchio d’Intelligenze, facevano intorno festevol corona.” Segue la descrizione dello “Apparato della Chiesa del Collegio: dal cortile prese cammino la processione di un Choro sceltissimo di musica adunati per le loggie del Cortile, andarono in chiesa”. Prima di “andare” anche noi in Chiesa, vediamo di definire quale fosse, in quel 1622, l’assetto della “Chiesa del Collegio”. Quando (1586) la Compagnia acquistò nel Cassaro i Palazzi Montalto e Ventimiglia destinati a lasciar spazio al Collegio, acquisisce (non è ancora stato chiarito per quale diritto o proprietà) anche la piccola chiesa dedicata a San Pantaleone “templum celebre quidem ac nobile”. Così scrive l’Amato: “Pan. Soc. J. Collegio 14 Oct. 1586 ut novum templum erigeret, neglectam S. Pantaleonis aediculam evertendam indulsi, postuma aurei 4000 in atti Jacobi Gallassi, 13 Aug.1586, empito Antonimi Montalti, Annaeq; Vigintimilliae palato, cui addensa realtà aderse, beneficiamo tarenorum 24 & bus presentanti, utrumq; Mar.llo rinuncians, proibiste, augusta in ecclesia, S. Martiri sacellum dicare”. Le fonti indicano San Pantaleone come una delle chiese di rito greco presenti nella zona, insieme a San Giorgio lo Xhueri poi detta dei Tre Re (in Via di Montevergine), e San Cristoforo (nella omonima via, poi del Giusino). Di Giovanni alla fine del XIX secolo scriverà soltanto che “sull’antica ruga che dalla Porta di Sant’Agata conduceva alla Platea Marmorea era pur la Chiesa di San Pantaleone, greca”, facendo ritenere che l’ingresso fosse sulla ruga e non sul Cassaro. Sorse così di lì a breve una seconda Santa Maria della Grotta, che essendo il titolo di Abbate appannaggio del Rettore del Collegio, a questa vennero trasferiti titoli, rendite e arredi della prima (inglobata nel complesso della Casa Professa); ebbe però vita breve, se mai fu ultimata (e probabilmente non lo fu), poiché prestigio e ricchezza consentirono alla Compagnia, nel giro di due decenni, di mettere mano ad ulteriori lavori, “talché detta Chiesa si rifece nel 1615 in più magnifica forma, e solennemente si consacrò da Monsignor D. Antonino Marullo… a 12 marzo 1646”. Quindi, nel 1622 la Chiesa era sicuramente un cantiere in fieri (che sappiamo durerà sino ai primi anni del XVIII secolo, quando sarà ultimato l’affresco nella volta, opera di Filippo Tancredi). Entriamo in Chiesa. Questa era “riccamente pure, e pulitamente acconcia… il Cappellone, oltre i mischi di cui pur’era prima assai ricco, fu lavorato in molte parti d’oro, e con due belle, e grandi pitture de’ Santi Pietro e Paolo da due lati adornato. Le Cappelle di finissimi drappi vestite. L’atrio di sete, quadri e verdure con ordine, e vaghezza grandissima. La nave altro ornamento non hebbe che quello che col tempo haverà. Imperochè vollero i Padri con artificiosa pittura di mischio far l’esperienza ne’ nostri tempi di ciò, che altra età haverà a godere nel vero. Fu la pittura ripartita per tutto ne’ due ordini di pilastri, e cornicione, con che ella va’ architettata, similissima nella varietà dei colori e figure, a quelle poche pietre che infatti vi erano, lasciando il resto della fabbrica in bianco, per dare l’uno all’altro con la distinzione bellezza. La volta era dorata da fogliami et arabeschi abbellita… la facciata fu fabbricata tutta di pittura in rilievo con bellissima simmetria: dove e statue e geroglifici, et emblemi faceano a gara per abbellirla… sopra vi si pose un Gesù di trentadue palmi di diametro pieno di lumi che sembrava un sole”. Più termini confermano i “lavori in corso”: “il Cappellone, oltre i mischi di cui pur’era prima assai ricco… La nave altro ornamento non hebbe che quello che col tempo haverà… con artificiosa pittura di mischio far l’esperienza ne’ nostri tempi di ciò che altra età haverà a godere… la pittura ripartita … ne’ due ordini di pilastri… con che ella va’ architettata, similissima … a quelle poche pietre che vi erano”. Quindi una “artificiosa pittura” simulava l’ipotizzata decorazione marmorea, che quasi certamente non fu mai realizzata, poiché grazie alle uniche due note fotografie che mostrano l’interno di Santa Maria della Grotta prima della sua demolizione per far posto all’ingresso della allora Biblioteca Nazionale (post 1945), sappiamo che le pareti erano intonacate e non intarsiate. L’atrio ornato di sete e quadri può identificarsi nel sottocoro della nascente Santa Maria della Grotta, e i trentadue palmi di diametro dell’immagine di Cristo corrispondono a circa 8 metri! Il lunedì, secondo giorno, “I Rettorici del Collegio co particolar solennità festeggiarono i Santi nel Salone del Collegio: ampia e magnifica stanza… e fu l’ornamento tutto in due ordini compartito, Ionico l’uno, l’altro Dorico. Andava nel primo ordine attorno il cornicione di finto marmo, nel cui Fregio… si leggeva un erudito… sostenevano il cornicione e il fregio quarant’otto Pilastri disegnati bellissimi, dai quali al vivo si spiccavano certi termini con varie e mostruose figure… ripigliavano il secondo ordine altri quarant’otto mezzi pilastri… che coi loro menzoloni sostenevano l’ultimo cornicione… a capo del salone sotto un Tosello di Broccato riccio un quadro dei due santi… coperto tutto tutto da una suffitta d’un cielo stellato… la scala, ancora, per dove ad esso si sale, era ornatissima: dove al primo incontro si vedeva un’iscrittione per dichiaratione del tutto”. “La scala… per dove ad esso si sale, era ornatissima”. A quella data, la scala era soltanto una semplice e piccola scala non più esistente (dopo la trasformazione del Salone del Collegio in Biblioteca dell’Accademia dei Regi Studi, nel 1778); la conosciamo grazie alle planimetrie storiche, la cui serie più antica è databile proprio tra il 1615 e il ‘28. L’ingresso dal Cassaro avviene attraverso il portone, la chiesa è indicata come uno spazio bianco, con la sola croce a indicare l’altare; il collegamento tra chiesa e Collegio avviene attraverso un passaggio. I vani attorno al baglio sono tutti occupati dalle scuole e dalle congregazioni; la scala per la sala è nel braccio sul Cassaro. Il martedì la celebrazione si sposta al Noviziato “come luogo dove altro studio non si professa che di virtù e mortificazione … fatto dunque un liberale invito ai poveri e mendichi della città … apparecchiò loro uno splendido banchetto nel proprio luogo”. La fondazione del Noviziato, o Terza Casa del SS. Sacramento, era stata avviata nel 1591. La Casa, poi dedicata a San Stanislao Kostka, occupava la zona di ponente della città, a ridosso di uno dei bastioni della cinta muraria, poi indicato proprio come “bastione del Noviziato”. La costruzione della chiesa si avvia nel 1607, ma si completa solo un secolo più tardi; la chiesa è nota anche come “Madonna del Lume”, per la devozione che fu promossa dal gesuita Padre Antonio Genovese, per una visione che ebbe “nel 1722 una pia donna palermitana, veggente, e che su sua sollecitazione, chiese a Maria, durante una apparizione, come volesse essere raffigurata ed invocata. Maria le si manifestò nella Chiesa di San Stanislao al Noviziato così come voleva essere raffigurata e chiese di essere invocata come Maria Madre Santissima del Lume”. Torniamo al 1622. Il sabato, infine, giunse a Palermo “un Ambasciadore che da Roma portava al Collegio lo Stendardo per donarlo ai Santi”. Dal molo una fastosa processione si diresse al Collegio, dove fu accolta da uno “sceltissimo coro di musica per sotto le logge del Cortile pieno di lumi”, e “compì le feste un magnificentissimo Carro fatto dalla Congregazione de’ Filosofi alla forma di un galeone trenta palmi alto, lungo venti e nella maggior larghezza quattordici” che percorse il Cassaro dal mare sin davanti la Chiesa del Collegio, dove una “Colonna machina di fuoco … durò lungo tempo con giochi, razzi, e fiamme”. E con questa descrizione si chiude il volume. Il testo di Giovanni Domenico D’Onofrio è dedicato “AGL’ILLUSTRI SIGNORI CONGREGATI DELL’ACCADEMIA PARTENIA NEL COLLEGIO DELLA COMPAGNIA DI GIESU”, e vuol far “vivere” gli apparati a “quei che non v’intervennero”, trascrivendo così anche i testi riportati nei quadri, nei cartocci, negli epigrammi e descrivendo minuziosamente i temi delle pitture, con ampie citazioni dei riferimenti biblici. E che poco aggiungono alla descrizione del D’Afflitto. Riportiamo soltanto il testo nel “cornicione a pittura” sulla facciata del Collegio: “SS. Ignatio, ac Francisco Xauerio terrarum orbis Illustratus Apotheosim gratulatur”. La terza e ultima opera, L’ idea dell’apparato fatto per la canonizatione de’ santi Ignatio Loiola, e Francesco Xavier nella chiesa della Casa Professa, è pure di Tommaso D’Afflitto, che qui però dedica il testo “ALL’ILL.MO ET ECC.MO SIG. DON ANTONIO MONCADA DUCA DI MONTALTO Principe di Paternò, &c. Prefetto della Congregatione della Nuntiata nella Casa Professa della Compagnia”, firmandosi quale Secretario della Congregatione. Anche in questo caso, lo scritto poco aggiunge al primo, indugiando, come il secondo, nella trascrizione dei testi, nella minuziosa descrizione delle opere, dei simboli e immagini dei luoghi della vita dei Santi e dell’operare della Compagnia (che ci piace elencare nello stesso ordine dell’autore: Asia, Africa, America, Roma, Toledo, Romagna, Marca Trevigiana, Lombardia, Spagna, Lituania, Toscana, China, Giapone, India Orientale, Sicilia, Napoli, Germania, Portugallo, Francia, Sardegna, Fiandra, Polonia, Aragona, Castiglia, e infine India Occidentale). La lettura delle tre opere ci consente di immaginare il fasto di quei giorni, di seguire idealmente le processioni, entrare nelle Case e nelle Chiese, ammirarne l’affollata moltitudine di arazzi, pitture, arredi, di ascoltare i canti e le musiche.Nulla, infatti, è rimasto di tutti questi apparati, secondo proprio la definizione dell’effimero di quelle che saranno poi le “feste barocche” della Palermo, forse, felicissima. Giuseppe Scuderi Note:  Gli originali sono conservati presso la Biblioteca centrale della Regione Siciliana, al cui personale della Sezione per i Fondi Antichi va la mia gratitudine per la consultazione e la riproduzione dei frontespizi. Un altro ringraziamento va al Dott. Antonino Lo Nardo, sempre prodigo di notizie e approfondimenti.  D’AFFLITTO, Tommaso. Ragguaglio de li Apparati & feste fatti in Palermo per la canonizzazione de’ Santi Ignazio & Francesco Xavier l’anno 1622. Per Tomaso d’Afflitto. In Palermo, per Gio.Batt.Maringo, M.DC.XXII. Per la Casa Professa: L’ idea dell’apparato fatto per la canonizatione de’ santi Ignatio Loiola, e Francesco Xavier nella chiesa della Casa Professa della Compagnia di Giesu in Palermo, l’anno mille seicento vintidue doue quelle cose solo si toccano, che d’espositione han bisogno. Per lo signor Tomaso d’Afflitto. In Palermo, Appresso Giouan Battista Maringo. 1622. Con licenza de’ Superiori. La famiglia d’Afflitto è una casata originaria del ducato di Amalfi, documentata almeno dal secolo XI, e rapidamente diffusasi in tutta l’Italia meridionale. Mario Gaglione Brevi note sulla famiglia D’Afflitto, Napoli 2021. Scarne le notizie su Tommaso (1570-1645): scrive Antonino Mongitore (Bibliotheca Sicula, Tomo II, 252) “THOMAS AFFLICTUS Nobilis Panormitanus, literis ornatus claruit. Nonnullis in patria perfunctus et numeribus prefertim anno 1636 & 1641, inter Senatores adscitus Urbem patriam rexisse comperio. Edidit Italice.”  ONOFRIO, Giovanni, Scenographia de gli apparati del Collegio di Palermo che si fecero per la canonizzazione di santo Ignazio di Loiola e santo Francesco Xaverio, in Palermo, per Decio Cirillo, 1622. L’opera è datata al giorno 27 di agosto 1622.  Vincenzo La Barbera, di ascendenza ligure ma nativo (1577) di Termini Imerese, soggiornò una prima volta a Palermo dal 1607 al 1608, nel quartiere Albergheria allora fulcro dell’attività artistica della capitale siciliana; dal 1622 si stabilì in città per assolvere alle commissioni per le festività per la canonizzazione. Le committenze gesuitiche e l’appartenenza alla comunità genovese gli permisero di usufruire di ampie committenze da parte del clero e dell’aristocrazia; fu devotissimo di santa Rosalia, sin dalla scoperta delle reliquie, codificandone per la prima volta l’iconografia “vergine romita”.  Con la usuale misura del palmo siciliano (circa 26 centimetri) ne deriva una dimensione di oltre sei metri.  Considerando una libbra pari a 317,36 grammi, ne deriva che il peso del cero era di circa mezzo chilo.  All’interno del Collegio fu intensa l’attività delle Congregazioni Mariane: le prime furono dedicate all’Immacolata, all’Assunzione e al Buon Consiglio (giugno 1589), poi fu fondata quella della Annunciazione (novembre 1592), a seguire quelle della Purificazione (gennaio 1595), della Pietà (o della Missione) nel 1618 e, dopo quelle del Fervore (aprile 1628), del Patrocinio (giugno 1709), della Presentazione (marzo 1710), dello Sposalizio (febbraio 1712) e infine della Conversazione (giugno 1716). Ai nostri fini la fondazione delle Congregazioni interessa poiché ognuna di essa identificava un ambiente, e le date di fondazione costituiscono così un riferimento per la cronologia dei lavori nell’edificio.  In Dalla Domus Studiorum alla Biblioteca centrale della Regione Siciliana. Il Collegio Massimo della Compagnia di Gesù a Palermo, di Giuseppe e Vincenzo Scuderi, Biblioteca centrale della Regione Siciliana, Palermo, 1994.  Sinonimo di arazzo.  A questa data la Compagnia aveva già completato, o almeno avviato, nella Provincia di Sicilia (che comprendeva anche Malta e la Calabria) ben ventuno dei trentadue edifici che realizzerà nella sua storia “edilizia”, sino al 1740. Ne riportiamo, per questi ventuno, la cronologia delle fondazioni tratta dall’Aguilera: 1. Mamertino (Messina) 1546 2. Palermitano 1550 3. Monreale 1553 4. Siracusa 1554 5. Bivona 1555 6. Catanese 1556 7. Reggio Calabria 1564 8. Caltagirone 1570 9. Tirocinio Messina 1576 10. Trapani 1580 11. Domus Palermo 1582 12. Maeneninum (Mineo) 1588 13. Caltanissetta 1588 14. Tirocinio Palermo 1591 15. Lilibeo 1592 16. Melitense (Malta) 1592 17. Chia Domus (una residenza che i gesuiti di Sicilia aprirono nell’isola greca di Scio o Chio) 1595 18. Plateense (Piazza Armerina) 1602 19. Domus Messina 1608 20. Noto 1608 21. Mutycense (Modica) 1610.  AMATO, Giovanni Maria. De principe templo panormitano, Lib. X. Palermo, Accardo, 1728. La venerazione di San Pantaleone fu ampia sino al medioevo; raffigurazioni del santo si hanno nei mosaici della Cappella Palatina, in quelli del presbiterio del Duomo di Monreale e della Chiesa della Martorana. La topografia antica di Palermo dal secolo X al XV: memorie di Vincenzo di Giovanni, Tipografia e legatoria del Boccone del povero, Palermo, 1889.  AURIA, Vincenzo. Diario delle cose occorse nella Città di Palermo e nel regno di Sicilia dal  19 agosto dell’anno 1631 al 16 dicembre 1652 e Diario delle cose occorse nella Città di Palermo e nel regno di Sicilia dal di’ 8 gennaio dell’anno 1653 al 1674. sta in Biblioteca Storica e Letteraria di Sicilia. Prima serie, Palermo, Pedone Lauriel, 1869, v. III-V.  Ritroveremo, alla metà del secolo, i due apostoli anche come sculture sul prospetto della chiesa. “L’associazione dei gesuiti con questi due Santi risale al fondatore, sempre devoto di San Pietro e che all’intercessione dei due Santi faceva risalire la sua miracolosa guarigione, avvenuta alla vigilia della loro festività”. Il Nadal nei suoi diari annota che “Pietro significa la fermezza e la direzione della nostra Compagnia e Paolo significa per noi i suoi ministeri”. Quanto agli esempi, i due santi si ritrovano in Sicilia nella facciata della chiesa del Collegio di Caltagirone e a Napoli all’interno della chiesa del Gesù Nuovo (informazioni dovute a Antonino Lo Nardo).  VALLERY RADOT, J. Le Recuil de Plans d’Edifices de la Compagnie de Jésus conservé à la Bibliothèque National de Paris. Roma, 1960  Quindi alto quasi otto metri, lungo oltre cinque e largo più di tre e mezzo.  La firma è dello “Affettionatissimo D. Gio: Domenico d’Honofrio”. La prima accademia Partenia (dal latino parthenĭum, dal greco parthénion, derivato di parthénos, vergine) fu fondata nel Collegio Romano “come emanazione di una delle congregazioni mariane formate tra gli studenti, doveva trattare di filosofia e teologia … differiva dalle altre accademie di discipline superiori (teologia, fisica, logica, matematica) … perché i suoi membri non erano selezionati fra tutti i frequentanti del Collegio … ma solo tra quelli che aderivano più strettamente al modello dottrinale, religioso e devozionale della Compagnia”. Ugo Baldini, LEGEM IMPONE SUBACTIS. Studi di filosofia e scienza dei Gesuiti in Italia (1540-1632), Bulzoni Editore. [...]
14 Gennaio 2022LETTURERiflessioni e notizie inedite su una città parzialmente sepolta. Vexata quaestio: al Khalisa Giovanni Franco Anselmi Correale Quaderni di Clio, 132 pgg, 45 € Per acquistarlo: Palermo: Torri e Confinin della Città esterna tra Fenici e Musulmani (VII Sec. A.C. – XI Sec. D.C) Dov’era la città esterna di Panormos che secondo gli storici  fu presa “con gran sangue” dai romani durante l’assedio del 254 a.C.? L’ipotesi largamente accettata dagli studiosi è quella formulata agli inizi del ‘900 da Columba che vedeva tutta la città racchiusa nel “piede punico” distinta in Paleapolis e Neapolis. Ma a fornire un approccio di studio completamente diverso è Gianfranco Anselmi Correale, architetto esperto di restauri di architetture dei paesi islamici. Lo studioso propone riflessioni e notizie inedite, ritornando anche su un tema che ha fatto da sempre discutere gli studiosi riguardante i confini della Kalsa, la “città eletta” degli arabi, per la quale sono state elaborate tre distinte delimitazioni. Nella copertina è disegnato lo schema di una città esterna presente già al tempo dei fenici, una città turrita e munita di mura, protetta da un fossato e che guardava l’approdo minore oggi corrispondente a piazza Marina. Anselmi Correale ha riletto con più attenzione le cronache del tempo, da Polibio a Diodoro Siculo, poi ha incrociato i dati dei suoi rilievi geognostici con quelli eseguiti dal geologo Pietro Todaro, infine ha fatto ricognizioni e scavi sul campo. Elenca una serie di possenti strutture, realizzate con conci di calcarenite alti 97 centimetri, cioè multiplo del cubito, misura usata dai fenici. Conci che sarebbero stati riusati in epoche successive. Lo studioso, sulla base di altri elementi disegna la ”sua”  città esterna, munita di torri, con un fossato colmo d’acqua che la lambiva su due lati da Est e da Sud. Ma che fine ha fatto questa città esterna, com’è possibile che non si siano trovati elementi archeologici che possano confermare l’ipotesi? “Bisogna scavare  per almeno 9 metri  , la città antica è stata sepolta da un’alluvione del Kemonia nel 934 d.C.”. Su di essa, tre anni dopo il generale Halil bn Ishaq costruì la Kalsa, una cittadella politico e militare autonoma dal resto della città. Ma tre anni è un lasso di tempo irrisorio per realizzare la cittadella che aveva mura possenti, anche se non come quelle del Cassaro. La tesi è che siano state reimpiegate le precedenti strutture edilizie della Panormo fenicio-punica. Ufficio stampa [...]
24 Dicembre 2021LETTUREIl metodo relazionale del Doggy park nei contesti riabilitativi  Luisa Mainardi, Aluette Merenda e Giusi Tura Unipapress , 70 pgg. , 10 € Son passati più di diecimila anni dai primi tentativi di domesticazione del cane. Da allora il rapporto con l’uomo si è consolidato, affinato, fino a raggiungere livelli altissimi. “Il cane – spiega il medico psichiatra Giuseppe Merenda nella presentazione di questo volume – è l’unico essere vivente, appartenente a una “famiglia” diversa da quella umana, con il quale ho relazioni di conoscenza e di amicalità, intesa come un insieme di legami basati su l’affetto, l’ingenuità, la fiducia e l’innocenza”. Il libro, curato da Luisa Mainardi, Aluette Merenda e Giusi Tura offre un modello teorico e applicativo, basato su un percorso di formazione personale sul binomio uomo-cane. In particolare, farà da sfondo il metodo relazionale del Doggy Park di Palermo. Le tre autrici hanno diversa formazione: Luisa Mainardi è istruttore formatore Csen, coadiutore di progetto per gli Interventi assisti con gli animali (Iaa), psicologa e psicoterapeuta, ricercatore in Psicologia dinamica presso il Dipartimento di Scienze psicologiche, pedagogiche, dell’esercizio fisico e della formazione dell’ Università degli Studi di Palermo; Giusi Tura è psicologa e psicoterapeuta cognitivo comportamentale, responsabile e referente di progetto secondo le linee guida nazionali per gli Iaa, responsabile provinciale Csen cinofilia e responsabile provinciale per gli Interventi Assistiti con gli animali Csen ed educatrice cinofila. Gli Interventi Assistiti con gli Animali, meglio conosciuti con il termine Pet therapy, stanno acquistando un ruolo sempre più importante come interventi e terapie complementari. Oggi il termine Pet therapy non è più molto utilizzato, anche a livello internazionale, e si preferisce l’espressione di Interventi Assistiti, poiché questa definizione raccoglie meglio l’eterogeneità e la diversità delle attività, sia nel modo in cui sono strutturate, sia nelle loro finalità . Gli Interventi assistiti con gli animali sono, in generale, esperienze d’interazioni positive che consentono di coinvolgere l’animale domestico come mediatore nel processo di aiuto e che, se svolti con competenza e professionalità, riescono a mantenere e a sollecitare la globalità biologica-psicologica-sociale del soggetto, migliorando il suo stato di salute e di benessere. Il libro si avvale di altri contributori e si conclude con un glossario specifico. La cinoterapiae le relazioni di cura. Il metodo relazionale del Doggy park nei contesti riabilitativi  Vi è molta confusione in merito ai campi di applicazione degli Interventi Assistiti con gli Animali (IAA) e alla loro prassi operativa. Spesso, e con semplicismo, si pensa che un cane o un qualsiasi altro animale addestrato alla relazione con l’uomo possa svolgere attività di aiuto in qualunque ambito socio-sanitario, educativo o familiare. Entro tale panorama, il volume offre un modello teorico e applicativo, basato su un percorso di formazione personale sul binomio uomo-cane. In particolare, farà da sfondo il metodo relazionale del Doggy Park di Palermo (una scuola di educazione gentile del cane), orientato alla comunicazione efficace, alla conoscenza di sé, dell’altro e della diversità eterospecifica. Tale metodo, già applicato negli ospedali, nelle scuole, nelle comunità residenziali e negli istituti penitenziari, è pensato per tutti coloro che vogliono trasformare in professione la propria formazione, partendo dai libri, fino al raggiungimento di una competenza specifica nell’ambito delle relazioni di cura. [...]
17 Dicembre 2021NEWSUn nuovo sito internet per la casa editrice dell’ateneo palermitano Il nuovo brand della casa editrice dell’ateneo palermitano si rigenera dalla fusione dei siti internet di Unipapress e New Digital Frontiers. L’editore Ninni Giuffrida al timone del nuovo lancio sul web. Libri cartacei, webcaffè letterari, ma anche opere digitali in modalità Open Access tra le proposte culturali del nuovo catalogo. Unipapress e New Digital Frontiers, il nuovo sito web Unipapress e New Digital Frontiers si fondono sul web per dare vita alla nuova veste della casa editrice dell’ateneo palermitano. Dalle riviste ai libri accademici, dalle collane alle opere digitali in modalità Open Access: il progetto ideato nel 2017 spiega le vele e prende il largo per offrire al pubblico un’ampia scelta editoriale con un solo click. Un unico ampio catalogo che accoglie da un lato l’attività culturale accademica in continuo fermento e che dall’altro strizza l’occhio alle proposte esterne. Due anime con un unico spirito che li accomuna, Unipapress e New Digital Frontiers condividono infatti gli stessi obiettivi: quello della comunicazione e della disseminazione di proposte culturali sempre più innovative e al passo coi tempi. L’editore Ninni Giuffrida La visione dell’editore Ninni Giuffrida si è consolidata nel tempo riscuotendo un successo editoriale anche oltre i confini accademici. «Il brand Unipapress ha consolidato la sua crescita assorbendo in un unico contesto informatico la realtà editoriale di Ndf e di Clio, da sempre attenta anche al mondo del lavoro e a quello delle altre università, costruendo così un unico aggregato editoriale che si presenta in modo più compiuto ed armonico», ha commentato l’editore che ha inoltre dato vita anche alla rubrica virtuale Webcaffè letterario, l’appuntamento mensile con interviste agli scrittori e dibattiti su tematiche attuali. Cos’è Unipapress Unipapress è una casa editrice ideata all’interno dell’Università, un progetto ambizioso sviluppatosi all’interno di quell’incubatore di imprese che è il consorzio Arca dello stesso Ateneo. Creata per dare la possibilità ai docenti e ai ricercatori dell’ateneo di pubblicare le proprie ricerche e i propri studi, in pochi anni ha conquistato spazi di mercato sempre più ampi. Palermo University Press è stata ideata dalla fucina dello spin off accademico New Digital Frontiers ed oltre alla stampa delle pubblicazioni si occupa di sperimentare nuovi standard per la diffusione digitale di riviste, monografie e manuali. Un primo dibattito sulla nuova creazione del sito internet si terrà alla riapertura della attività dell’ateneo. Il nuovo sito è già cliccabile su unipapress.com. Annalisa La Barbera [...]
17 Dicembre 2021LETTURECostruzione del sé, rappresentazione immaginaria, forma architettonica, incontro con l’altro Il volume Lo spazio dei libri. Costruzione del sé, rappresentazione immaginaria, forma architettonica, incontro con l’altro, con la cura di Elisabetta Di Stefano, è il quinto della collana GenerAzioni. Letterature e altri saperi diretta da Ambra Carta e Rosa Rita Marchese, edita dalla Palermo University Press. Scrive Elisabetta Di Stefano nella … che “l’aurorale concezione di questo progetto nasce in biblioteca e ha origine dalle iniziative incentrate sulla lettura dei testi che l’Ateneo di Palermo, grazie alla collaborazione tra docenti e bibliotecari, ha portato avanti sia come attività interne sia come “terza missione”, aprendo al territorio e alle scuole le varie biblioteche dipartimentali.” Il tema dell’identità e lo spazio dei libri Nel 2018 nel contesto del Dipartimento di Scienze umanistiche (FFR 2018 – Identità degli spazi e forme della rappresentazione, coordinato dalla Di Stefano) si è “pensato di focalizzare il tema dell’identità, già individuato come ambito di ricerca dipartimentale, in relazione ai libri, alle biblioteche e all’atto della lettura” da cui discende il tema appunto de “Lo spazio dei libri, volto a tenere conto di tutte le sfumature semantiche che questo nesso implica”. Il tema è stato poi il fil rouge del convegno internazionale (Palermo, 12-13 dicembre 2019, Biblioteca universitaria nell’ex Convento di Sant’Antonino), consentendo il confronto anche con specialisti di altri settori scientifici (provenienti da atenei italiani ed esteri), e con i bibliotecari “che potevano offrire il punto di vista di chi lavora con i libri nella prospettiva del servizio agli utenti”. Alcune delle ricerche formano il volume, il cui intento è offrire “rispetto all’indagine iniziale e allo stesso convegno, un diverso e più variegato spettro di prospettive e competenze, presentando alla comunità scientifica un prodotto insolito e originale per la pluralità dei temi affrontati e per la sua connotazione multidisciplinare”. Il volume è diviso in tre sezioni. La prima raccoglie i contributi afferenti il tema de LA BIBLIOTECA COME SPAZIO DELLA MEMORIA E DEL DIALOGO CON GLI AUTORI. Le prime biblioteche a Roma Rita Marchese (che insegna lingua e letteratura latina) analizza nel suo scritto Il ritratto più importante. Libri, biblioteche, lettori nella poesia dall’esilio di Ovidio la formazione delle prime biblioteche a Roma “già presenti nel tessuto sociale come espressione dell’importanza crescente della circolazione delle idee … nascono in questo periodo le prime biblioteche pubbliche. L’elegia di Ovidio ha il pregio di mettere sotto la lente questi fenomeni, e di farli interagire con un elemento che crea una tensione interessante nel rapporto con tutti gli altri: il ritratto dell’autore”. Il ritratto diviene un “argine memoriale che le imagines oppongono all’azione distruttiva del tempo, supporto alla circolazione stessa delle opere ospitate nelle biblioteche stesse”. E di questo dovere mnemonico la biblioteca è testimonianza non essendo “ancora un luogo per la lettura e lo studio, ma … il posto per la memoria, uno dei luoghi civici in cui edificare impalcature per la costruzione di riferimenti comunitari”. Petrarca davanti alla libreria Andrea Torre (ricercatore universitario in Letteratura italiana presso la Scuola Normale Superiore di Pisa) ci conduce con Petrarca davanti alla libreria, tra gli Antichi e sé stesso (su Familiares XXI, 10.). Ci immedesimiamo quindi in Petrarca che “estrae dagli scrigni e srotola uno dopo l’altro gli infiniti manoscritti delle sue esperienze di scrittura e di lettura” da cui “riappare alla coscienza la dolce memoria della gioventù e si rende percepibile, nello spontaneo confronto, l’inevitabile distanza dal presente”. E’ evidente che “l’immagine della cassa di libri non rappresenta … soltanto un’efficace visualizzazione metaforica della componente inventariale e tesaurizzante della facoltà memoriale ma suggerisce anche la dimensione euristica del processo rammemorativi” e “riportare alla luce i libri impolverati negli scrigni può dunque essere associato al ritornare con la mente, dopo lungo tempo, a immagini, parole e sensazioni che erano venuti meno alla coscienza”. La biblioteca come rappresentazione di un mobile teatro Immagini, parole e sensazioni sono anche le “sensazioni” che induce lo scritto Dimorare con le voci degli antichi. La biblioteca nel Malpiglio secondo di Torquato Tasso di Ambra Carta (Ricercatrice in Letteratura italiana). Qui la biblioteca “è la splendida rappresentazione di un vario e mobile teatro, risonante di una molteplicità di voci e di opinioni, spazio ancora separato dagli altri ambienti della casa ma non più luogo dove il nuovo intellettuale cortigiano può isolarsi dal variegato mondo della corte e della città”. Non più quindi lo “studio” chiuso, ma “un luogo che … non si configura più come spazio alternativo alla infernale città, come patria dove il sapiente trova modo di rifugiarsi nel tempio della propria interiorità”. Nelle nuove culture della fine del XVI secolo “lo spazio del sapere non si connota più come luogo alternativo alla corte ma come suo complemento, dove il cortigiano impara l’equilibrio instabile, mobile e vario della pluralità delle opiniones”. Ricostruire la biblioteca di uno scrittore Simona Inserra (Ricercatrice in Archivistica, Bibliografia e Biblioteconomia nell’Università di Catania) ci aiuta nel difficile tema del Ricostruire la biblioteca di uno scrittore: strategie, metodi, questioni aperte. E’ evidente che “una biblioteca d’autore non può essere intesa come mera sedimentazione di libri e di documenti … è necessario cercare di ricostruire in essa il progetto, ideato e attuato, della persona che l’ha creata e arricchita”. E per questo “Lo studio della raccolta andrà accompagnato dallo studio accurato del personaggio che l’ha costruita, dalla lettura attenta dei suoi scritti, dall’analisi dei segni presenti in biblioteca tra le carte, dal censimento e dallo studio delle tracce …, delle firme e delle dediche, cercando conferma negli interventi e nelle testimonianze dello scrittore stesso”. Una attenzione ancor maggior andrà dedicata ai carteggi “che rappresentano una fonte assai ricca per ricostruire le relazioni intessute con conoscenti, amici, sodali, corrispondenti vari: scrivere lettere ha costituito la modalità comunicativa prediletta degli intellettuali a cavallo tra Otto e Novecento”. Senza dimenticare che “non ci sono documenti inutili all’interno delle raccolte degli scrittori … non bisognerà procedere allo scarto né di libri doppioni né di copertine e fascette editoriali, né di pubblicità editoriale, né di carte anche se non scritte … ogni carta al momento insignificante e ogni elemento tangibile (un segno a lapis, una annotazione a margine di un testo, un danno sulla coperta …) può rappresentare una traccia per avviare una ricerca, e per contestualizzare un elemento dall’interpretazione e collocazione incerta nell’ambito degli studi”. Stereotipie delle bibliotecarie nell’immaginario La seconda sezione del volume è dedicata a LA BIBLIOTECA TRA FINZIONE NARRATIVA E REALTÀ. E il primo saggio, Dallo chignon ai capelli sciolti. Stereotipie delle bibliotecarie tra primo e secondo Novecento, di Gennaro Schembri (Ricercatore di Cinema, Fotografia e Televisione) ci ricorda che “sovente i bibliotecari sono rappresentati attraverso un’immagine negativa stereotipata che fa leva sull’aspetto fisico, sulle mansioni che svolgono e sul carattere: capelli raccolti in uno chignon se si tratta di una donna, antipatici e spesso scortesi con gli avventori, solitari, timidi e incapaci di relazionarsi con la società”. In particolare, i tanti esempi letterari e cinematografici caratterizzano ogni “aspetto e comportamento della bibliotecaria (età indeterminata, occhiali, camicia a maniche lunghe abbottonata al collo, timorosa o austera, che ama il silenzio e soffre le persone) … oggetto di argomento di ricerca e discussione nel campo della scienza delle biblioteche.” Tra letteratura e cinema Anche il testo di Salvatore Tedesco (che insegna Estetica ed è Coordinatore del corso di studi Dams) “Tutta la memoria del mondo”. A. Resnais, W.G. Sebald, T. Browne e il generale Stumm von Bordwehr, ci accompagna tra letteratura e cinema. Due citazioni. La prima da Robert Musil «Signor generale, lei vuol sapere come faccio a conoscere questi libri uno per uno? Ebbene, glielo posso dire: perché non li ho mai letti! Ti dico io, per poco non m’ha preso un colpo! Ma lui, vedendo il mio sbigottimento, s’è spiegato meglio. Il segreto di tutti i bravi bibliotecari è di non leggere mai, dei libri a loro affidati, se non il titolo e l’indice». Una ragionata negazione di ogni “empatia” tra bibliotecario e libro: non preferirne nessuno, il che deriverebbe dalla lettura, per preferirli tutti. La seconda, attualissima oggi ancor più che 1956, quando Alain Resnais ci presenta con Toute la memoire du monde lo spazio della Biblioteca Nazionale di Francia uno sguardo filmico che è “spazio concentrazionario della memoria: vediamo anzitutto gli strumenti della registrazione, macchina da presa e microfono, e quindi ascoltiamo le parole “poiché la loro memoria è corta, gli uomini accumulano innumerevoli promemoria”. E oggi, a più di sessant’anni dal film, “accumulare memoria” è quanto accade nel mondo in rete. Tra immaginazione e realtà Chiude la sezione il saggio della curatrice del volume Elisabetta Di Stefano, Professore associato di Estetica, intitolato Libri, spazi, atmosfere tra immaginazione e realtà. La Di Stefano definisce la biblioteca come uno “spazio del ristoro spirituale che fa da contraltare alla routine e alle necessità della vita quotidiana. L’ordine e il silenzio si contrappongono al caos e ai ritmi frenetici del mondo esterno … ma ordine e silenzio possono talvolta divenire opprimenti ed estranianti. Ogni biblioteca, sia essa un edificio reale o una rappresentazione immaginaria, possiede una peculiare “atmosfera”, capace di suscitare ammirazione, disagio, inquietudine, curiosità, benessere sociale e culturale. E il compito di “definire” fisicamente queste sensazioni è affidato alle “forme architettoniche e del design” che sono “dei generatori, debbono cioè irradiare qualche cosa e contribuire alla produzione di atmosfere” . Per questo motivo, per progettare “bisogna tenere in considerazione, oltre agli aspetti funzionali ed estetici, anche quelli affettivi, comunicativi e simbolici, cioè quelli che connotano la relazione interpersonale, “mettendo in scena” idonee qualità espressive”. La conoscenza come strumento di distinzione La terza sezione dà “fisicità” alle ricerche: LA BIBLIOTECA DA INTERNO DOMESTICO A SPAZIO INTEGRATO ALLA CITTÀ. Il primo saggio, La conoscenza come strumento di distinzione. La Libraria del Protonotaro del Regno, è di Valeria Viola (Architetto specializzato in restauro, con dottorato presso il Dipartimento di Storia dell’Arte dell’Università di York con una tesi sulle interconnessioni tra architettura, devozione e vita familiare nella Palermo Barocca), e si occupa del ben noto Palazzo Valdina, la cui “sistemazione nella parte alta del centralissimo Cassaro doveva rimarcare la posizione sociale raggiunta dalla famiglia con l’acquisto dell’ufficio di Protonotaro. Nel 1701, quando Giuseppe Papè ereditò il ruolo e la casa di suo padre, il palazzo era già provvisto di un’ampia residenza dotata di grandi anticamere … sulla via del Protonotaro”. Nella distribuzione degli ambienti “La biblioteca era più distante dalla strada e dai suoi rumori e più vicina alla camera del principe. Il suo spazio ricorda le parole del coevo trattatista siciliano Giovanni Biagio Amico, quando suggeriva di porre la biblioteca “lontano da tutti i rumori, che disturbar possano la quiete necessaria purtroppo per lo studio”. E avere nel proprio palazzo una biblioteca “segnava l’appartenenza del Protonotaro all’apparato burocratico che reggeva la città e, quindi, ne facilitava l’inclusione nel gruppo dirigente.” Gli spazi delle biblioteche Domenico Ciccarello (bibliotecario presso l’Università di Palermo, collabora a Progetti di ricerca e svolge attività didattica nelle discipline del libro) ci descrive, rapidissimamente, l’evoluzione delle biblioteche Tra bisogni individuali e fruizione collettiva. Spazi delle biblioteche e pratiche di lettura in una prospettiva diacronica. Partendo da Cesena, dove la Biblioteca Malatestiana “è forse un unicum con riguardo allo stato di perfetta conservazione della sala grande di una biblioteca umanistico-rinascimentale, con i libri disposti ancora come nel contesto originario … una pianta longitudinale, l’aula ha finestre su entrambi i lati, lungo i quali sono disposti i banchi di lettura, sormontati da un piano inclinato per poggiarvi i libri incatenati”. Nei secoli successivi saranno “i processi industriali di produzione del libro” che consentiranno “condizioni economiche di disponibilità dei contenuti per una platea di destinatari molto più ampia”, da cui derivarono “nuove soluzioni nella pianificazione degli ambienti bibliotecari … codificando per la prima volta una separazione tra sala lettura e depositi/magazzini … esaltando la funzione del reference in biblioteca, come nella celebre reading room circolare del Museo britannico in cui il bancone di servizio dei bibliotecari … è collocato strategicamente nel perno centrale verso cui convergono le postazioni di lettura e anche gli arredi”. Dal XVIII secolo quindi si verranno a “determinare le condizioni socioeconomiche più adatte alla nascita e allo sviluppo delle public libraries come istituzione democratica al servizio dell’intera comunità”. Le corrispondenze tra libri e città L’amplissimo argomento de I libri, la biblioteca, la città è trattato da Antonino Margagliotta (Professore di Composizione architettonica e urbana del Dipartimento di Ingegneria, Coordinatore del CdS in Ingegneria edile-Architettura). In primis “Molti … sono i modi per declinare il tema dei libri e della città … le corrispondenze tra libri e città, … libri e spazi intesi come mediazione o di interazione con la città … le biblioteche danno presenza ai libri e … rappresentano lo “spazio dei libri”. Il ruolo che compete alle biblioteche nella città e nella società è “interpretarne sensi e valori” a cui l’architettura “corrisponde” attraverso il progetto nella duplice visione di urbs e di civitas, cioè di spazio fisico e di comunità. E a Palermo questa corrispondenza biblioteca-città si esplica nel “Cassaro Alto … che ha dato continuità alla formazione, alla promozione e alla conservazione della cultura … la persistenza della biblioteca ha garantito non solo la durata dell’edificio ma anche dell’istituzione, l’architettura ha contribuito a manifestare la riconoscibilità del luogo …. lì «La Biblioteca esiste ab aeterno» (Borges).” Nelle città contemporanee “Le biblioteche contribuiscono a definire forma e carattere dello spazio urbano e … sono necessarie a formare le coscienze e a costruire l’idea di cittadinanza. La biblioteca è luogo di partecipazione alla vita dell’organismo urbano … a cui appartiene … rappresenta … i valori umani fondamentali della libertà dei cittadini … come nelle due parole latine liber/libro e liber/libero”. E quindi come “summa” di queste motivazioni e fini “Le biblioteche … devono rispondere agli ideali di democrazia oltre che ai bisogni della città e della comunità”. Dal libro alla città Luigi Failla (architetto, ingegnere e dottore di ricerca in Architettura, professore associato presso l’École Nationale Supérieure d’Architecture Paris Val de Seine) ci porta Dal libro alla città, con la consapevolezza che “in un periodo in cui le amministrazioni devono confrontarsi con sempre minori risorse per le attività culturali … una crisi che non mette solamente in discussione la sostenibilità finanziaria dei grandi edifici, a vantaggio sempre più spesso di luoghi che si sostituiscono in maniera tendenziosa allo spazio pubblico”, e che “sottolinea una instabilità socio-politica della città contemporanea caratterizzata da una progressiva perdita degli spazi pubblici che qui definiremo “spontanei”. Altra consapevolezza deve essere quella per la “concorrenza sempre più forte di luoghi “virtuali” legati ai dispositivi mobili connessi che creano un vero e proprio “spazio dei flussi” da cui dipendiamo sempre più”. Presupposti da cui deriva che “il destino della biblioteca pubblica si allontana da quello del libro … l’evoluzione della biblioteca pubblica non è dovuta solamente a quella dei supporti della lettura, paradossalmente più marginale, ma soprattutto all’evoluzione del ruolo dell’edificio in quanto spazio pubblico urbano e al modo in cui vi s’iscrivono i nuovi rapporti tra i cittadini e l’informazione”. Le biblioteche come nicchie artificiali Possibilità e indizi percettivi sulla locomozione in un ambiente artificiale: il caso delle biblioteche è il titolo dell’interessante analisi di Carmelo Calì (i cui ambiti di ricerca riguardano la filosofia e la scienza della percezione). Alcuni importanti spunti di riflessione: “Le biblioteche sono diventate sempre più un luogo di “connessione e non di raccolta”. La biblioteca si sta “trasformando da edificio … il cui valore simbolico e culturale è fornito dalla risorsa di conoscenza conservata … a luogo che consente agli utenti di mantenere anche relazioni mente-mondo e mondo-mente come relazioni reciproche”. Gli affordance (termine inglese che contiene il senso complessivo delle “possibilità”) “non sono né soggettivi, nel senso che non sono qualità o valori che dipendono da soggetti, né oggettivi, nel senso che non possono prescindere dal riferimento ai soggetti”. Infine “Le biblioteche possono essere considerate nicchie artificiali”. La biblioteca futura Chiude il volume, a “due millenni” dal primo saggio di Rita Marchese, l’attenzione a La biblioteca futura tra informazione e comunicazione di Michele Sbacchi (professore associato di Progettazione Architettonica, autore di monografie tra cui Progettare biblioteche nel mondo di Google). E’ assodato che ormai “L’accesso all’informazione … non è più un fatto isolabile ma esso avviene in fusione con lo sviluppo straripante della comunicazione. I dati … non appena acquisiti vengono condivisi in una pluralità di modi.” Ma perché il binomio “dati informativi e comunicazione” è così strutturante per il modo di usare e intendere le biblioteche? “La risposta … sta nella giusta comprensione della complessità dell’atto della lettura, una complessità spesso sottovalutata o addirittura avversata da un certo tipo di concezione della biblioteca. Gunnar Asplund, progettista della ben nota biblioteca nazionale di Stoccolma, così scriveva: «Le biblioteche sono il luogo di incontro tra le persone e i libri. Lo schema distributivo della pianta deve rendere agevole per le persone raggiungere i libri e per i libri raggiungere le persone. Colui che organizza questo incontro è il bibliotecario. Quindi i tre elementi principali di una biblioteca sono: i libri, il pubblico e i bibliotecari». Tutti gli scritti concorrono, quasi incastrandosi quali pezzi di un puzzle altrimenti incompleto, a definire, come bene fa il titolo, “Lo spazio dei libri”. Dove il verbo “definire”, per noi, è anch’esso un infinito puzzle. Giuseppe Scuderi [...]